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La cultura è una grande meta-invenzione che mette in moto l’inventiva e la creatività e che rende, in definitiva, sopportabile contro ogni logica e ragione la nostra vita mortale. Ma la cultura fa anche molto di più: riesce a trasformare l’orrore della morte in forza vitale e soprattutto, ci rende consapevoli.

Dalla cultura nasce ogni cosa, ogni manifestazione di creatività, ogni manufatto. Dalla cultura nasce la consapevolezza etica necessaria per saper governare o meno un paese o per gestire un’impresa utile per la comunità. La cultura rappresenta l’anima di un popolo e come tale è la sorgente primaria d’ogni manifestazione creativa, e quindi produttiva.

Ma cos’è “cultura”? Non è forse anche gesto, parola, linguaggio, il modo in cui facciamo il sugo, seduciamo  una donna, inforchiamo la vespa o facciamo all’amore? Non è forse anche il modo in cui ci prendiamo cura del prossimo, dei nostri mari e della terra?

La cultura per un paese come l’Italia poi, inutile ricordarlo, ha valori ereditati talmente  importanti, da risultare quasi ingombranti:  fa quasi paura.

Il nostro patrimonio culturale è una tale meraviglia, unica al mondo, è talmente universale, alto, vasto, differenziato e caratterizzante che  oltre ad essere una (potenziale) fonte di primaria redditività e sviluppo per il nostro paese e un valore per il quale l’intera galassia non può che ammirarci  è, nonostante tutto, ancora oggi, un bene unico e universale di civiltà prezioso per l’intera umanità. Abbiamo avuto il privilegio di nascere in uno dei più bei paesi del mondo circondati da meraviglie indescrivibili e da armonia e siamo diventati, in mezzo a tutto questo, ciechi, sordi, insensibili, incapaci di comprenderne l’unicità’ e di difenderne la bellezza. Dal dopoguerra in poi abbiamo deturpato, distrutto, stuprato paesaggi, edifici e piazze, abbiamo costruito mostri, cementificato in modo sconsiderato, furbastro e criminale. Abbiamo ridotto aree di grande bellezza paesaggistica in discariche velenose, trasformato interi quartieri un tempo nobili e  belli in fogne mefitiche, intere città un tempo non solo vivibili ma modelli universalmente ammirati e invidiati in lugubri prigioni. Abbiamo arraffato, razziato, impedito al talento di crescere e manifestarsi e al merito di venire premiato. Abbiamo creato condizioni di vita tali per cui i giovani di talento emigrano e quelli con meno talento o fortuna si rassegnano a una vita che francamente non vale più la pena di essere vissuta. In questo contesto di conclamata barbarie contemporanea, iperconnessa quanto ipersuperficiale, iperstupida e vuota, i pochi sopravvissuti che ancora credono in un futuro migliore, eroi che non si sa se compatire o ammirare, si trovano davanti a un compito immane: fermare lo scempio da una parte, semplificare e modificare una legislazione antiquata e kafkiana diventata oppressiva e soffocante per renderla più  equa e stimolante, riacculturare ovvero ri-ci-vi-liz-zare un’intero popolo. Un compito immane, certo, per il quale serviranno generazioni di eroi illuminati e forse anche martiri e santi.

Mission impossible dunque?

(…)

Per quel che riguarda il nostro patrimonio culturale i nostri eroi avranno quindi un duplice compito: restaurare e conservare adeguatamente le meraviglie ereditate dai nostri  antenati e promuoverne la fruibilità creando reddito da reinvestire in circolo virtuoso dall’altra.

Se nei settori del restauro e della conservazione siamo maestri, pur non disponendo mai di fondi  adeguati, nella promozione e organizzazione museale, nella creazione  e diffusione internazionale di mostre ed eventi culturali siamo carenti ed è qui che dobbiamo recuperare terreno rapidamente con creatività, serietà e impegno adeguati. I nostri direttori di musei sono stati  umiliati in questi ultimi anni da una serie di direttive senza senso.

Dato che le attività culturali generano moltiplicatori di redditività maggiori a tutti gli altri settori esclusa la finanza, la riorganizzazione di questo settore con la creazione di un grande ministero della cultura che comprenda oltre ai beni culturali dello stato anche l’ambiente e il paesaggio dovrebbe essere una priorità per ogni governo serio. Solo così si potranno di nuovo attrarre investimenti e interesse dall’estero oltre che incrementare sul territorio un turismo sostenibile e di qualità recuperando il terreno perso in questo campo negli ultimi decenni. Tutto questo si traduce in numeri, posti di lavoro, reddito, economia e questo non solo a livello nazionale ma anche e soprattutto a livello locale.

La cultura quindi, non solo ci da da mangiare ma crea lavoro, reddito ed economia con moltiplicatori almeno doppi rispetto a quelli di grandi progetti strutturali (le famose “grandi opere”). Coloro che  hanno banalmente e impropriamente definito i nostri beni culturali come il “petrolio dell’Italia” non hanno certo torto se non per il fatto che a differenza del petrolio, la cultura non inquina e non finisce mai, e quindi  oltre ad essere un valore economico e ambientale superiore, lo è soprattutto perché rappresenta la nostra identità. Altro che petrolio!

Sarebbe ora che chi si accinge a occupare posti di comando al governo si renda finalmente conto che le politiche culturali nel nostro paese sono da decenni semplicemente vergognose, che in questo modo abbiamo perso terreno rispetto ai nostri concorrenti Europei, che pur avendo molto meno da offrire, ci hanno ampiamente superato  in organizzazione e turismo. Gli investimenti culturali Italiani  sono per lo più insignificanti e malfatti e questa cattiva politica va immediatamente corretta  allineandoci almeno agli standard dei nostri vicini d’oltralpe e facendo possibilmente meglio.

E’ infatti  possibile conciliare il rispetto, la cura e la tutela dei tesori d’arte con una gestione agile, accorta, lungimirante e redditizia di quello che sta affermandosi come il grande affare del terzo millennio. Spiega la UE (comunicazione 352/2010) che il turismo è la terza maggiore attività  europea  dopo i settori del commercio, della distribuzione e quello delle costruzioni. Il turismo mondiale è poi in enorme espansione, in particolar modo quello culturale. Questo nostro appello per una rivalutazione del ruolo della cultura in Italia, a livello nazionale e locale è per noi non solo determinante ma vitale. Sono però molti anni che questi nostri appelli finiscono nel vuoto; speriamo che almeno ora, davanti alle ennesime confuse elezioni politiche, questo serva quantomeno ad aprire gli occhi a chi avrà  il compito non facile di guidare il paese verso lidi migliori.

A chi mi ha chiesto di esprimere una presa di posizione politica rispondo:  sono per la decolonizzazione dell’immaginario, per uscire dall’ antropocentrismo miope in cui tuttora ci dibattiamo, sono per il superamento della modernità contro la globalizzazione e il liberismo economico, per una decrescita conviviale, serena e sostenibile che, contrariamente a quanto molti sostengono,  implica un aumento proporzionale della qualità della vita e mi sembra sia l’unica soluzione intelligente e di buon senso alle drammatiche  problematiche attuali. Sono per una democrazia ecologica contro la banalizzazione mercantile delle cose, causa di disincanto e  demitologizzazione, motivazione primaria del diffuso nichilismo attuale e della conseguente svalutazione della meraviglia.

Sono semplicemente una persona creativa chiamata in causa, consapevole che  contro la banalizzazione il ruolo degli artisti é insostituibile come lo é per la costruzione di una società equa e stimolante. Per una società della decrescita, come per Oscar Wilde ” l’arte é inutile, dunque essenziale”.

Al delirio miope e suicida della crescita infinita in un mondo finito e alle tossicodipendenze liberiste che ne conseguono, preferisco quindi il romanticismo della decrescita felice anche a costo di sembrare naive. Non ho alcun dubbio al riguardo e questo, semplicemente, perché alla morte preferisco  la vita, all’oscurità la luce, al dolore la gioia, all’infelicità la serenità,  al fast lo slow, possibilmente a km 0, agli antidepressivi e alla cocaina una passeggiata in montagna e un buon bicchiere di vino.

Tutte cose normalissime, banalità se vogliamo, di buon senso. Il vero dramma in realtà é che a troppi sembrano ancora concetti astratti, lontani, incomprensibili…

Il buon senso é diventato eccezione.

…. ” Ci si renda finalmente conto che l’Italia ha poche eccellenze vere e riconosciute in tutto il mondo. Forse solo due: il nostro immenso patrimonio culturale e quel meraviglioso intreccio di piccola e media industria, artigianato e tecnologia che, nei suoi esempi di maggior successo, proprio alla fonte della cultura e della conoscenza si abbevera da sempre ” ….

Un esempio concreto e un piccolo contributo contro la disoccupazione giovanile ce la offre Edoardo Nesi che cito di nuovo volentieri …

” Si vada a cercare qualche migliaio di ragazze e ragazzi, e suggerirei di scegliere tra i laureati in materie umanistiche – persone preparatissime, fresche d’una conoscenza preziosa e rara eppure oggi sfiduciate e smarrite – e si investa in loro chiedendogli di trasformarsi in amanuensi moderni per catalogare ogni eccellenza artistica italiana; ogni opera d’arte, ogni chiesa, ogni edificio architettonicamente rilevante, ogni museo, ogni sito archeologico. Tutto. Immaginate un’enciclopedia dell’infinito patrimonio artistico italiano.

Già questa sarebbe un’operazione grandemente meritoria e necessaria, di cui le generazioni future ci sarebbero grate, ma ora provate a immaginare di proiettare nel futuro questo atto d’amore e rispetto verso il passato, e di rendere l’enciclopedia facilmente consultabile e digitalmente disponibile a tutti, su internet e su ogni telefonino, in qualsiasi momento e in tutto il mondo.
Immaginate un’Italia che riesce a trasformare secoli di conoscenza, tutti i gioielli della sua storia e della sua cultura, in un prodotto globalmente desiderabile. Un’Italia che offre ai milioni di nuovi benestanti del mondo – tra l’altro resi tali dalla globalizzazione che ha così crudelmente colpito il nostro grande cuore manifatturiero – la conoscenza del patrimonio artistico più straordinario del pianeta attraverso il loro “tablet” o telefonino: basterebbe puntarlo contro una chiesa, inquadrarlo nello schermo, e apparirebbe l’informazione che, guarda un po’, dentro quelle mura c’è un Caravaggio…
E poi, perchè fermarsi? Perchè non inserire nell’idea di patrimonio italiano anche il culto del saper vivere? Perchè non affiancare all’arte anche le grandezze del nostro design, dell’arte contemporanea, della moda, della musica, dell’opera, del teatro e del cinema, dell’artigianato, persino del cibo e del vino? Perchè non segnalare al mondo la bellezza, i paesaggi più belli, i luoghi della storia, le spiagge, i gioielli che sono le nostre isole? ”

E’ solo un esempio … costruttivo… di progetto per un vero Ministero della Cultura …. e ce ne sarebbero tanti di progetti simili … anche in altri settori, e si sa, tanti piccoli progetti creano un’economia … sempre …

 

La cultura italiana è creatività, intelligenza, amore per la bellezza e conoscenza, abilità nel lavoro manuale, sapere artigiano, accoglienza e passione per la vita in tutti i suoi aspetti. Per questo siamo orgogliosi di essere italiani e ci piace diffondere nel mondo la nostra cultura che tutti ammirano e molti ci invidiano.

La politica deve finalmente capire la vera lista delle priorità, organizzare un’adeguata conservazione  e valorizzazione dell’immenso patrimonio culturale ereditato, favorire la promozione della cultura presente e futura, popolare e colta, tradizionale e innovativa per sostenere la visione di una società umanistica multiculturale evoluta che investa in tutela ambientale, innovazione scientifica e soprattutto in formazione. L’agenda politica deve porre fra le proprie priorità programmatiche l’eccellenza Italiana in tutti i settori elettivi quali  l’arte,  l’architettura, il design, la musica, la letteratura, il teatro e il cinema, la fisica, la biologia e la medicina, l’innovazione tecnologica e la ricerca scientifica, l’agricoltura e l’ eno-gastronomia di pregio e così via…  instaurando poli d’eccellenza europea e mondiale in questi settori, diventando esempio virtuoso di progettualità innovativa, integrazione multiculturale e di eco-sostenibilità.

Il turismo culturale é in forte crescita nel mondo e noi, che abbiamo la  fortuna di avere la maggior concentrazione di beni culturali, non abbiamo finora saputo approfittare di questa opportunità. La politica deve prendere coscienza di tutto questo e agire rapidamente, creando progettualità e lavoro che permettano finalmente all’Italia di raggiungere gli standard di accoglienza turistica e sostenibilità ambientale di altri paesi Europei che, pur disponendo di meno contenuti, hanno creato attorno ad essi maggiori infrastrutture superandoci anche in questo settore per noi elettivo.

Le numerose eccellenze italiane, siano esse materiali o immateriali, vanno innanzitutto riconosciute, catalogate e incentivate, valorizzate e promosse adeguatamente in Italia, in Europa e nel mondo. Dobbiamo a tal scopo incentivare la creazione di  appositi incubatori, di start-up strategiche e di agenzie di promozione turistica e culturale.

Sono queste le priorità se vogliamo un’Italia migliore, degna della sua gloria, proiettata verso il futuro, consapevole della forza delle proprie tradizioni e della sua storia, capace non solo di fermare l’attuale emorragia di giovani talenti ma di favorire il ritorno di quelli più meritevoli già emigrati.

  

 

 

 

1.

Credo nella politica come a un’alta forma di filosofia applicata alla vita. La politica vera, pura, ideale è conoscenza applicata al servizio della comunità ed è pertanto figlia dell’etica e della filosofia. Sappiamo bene che un cattivo uso della politica crea problemi economici e sociali e che l’abuso partorisce mostri quali il totalitarismo e la dittatura ma anche mostriciattoli come governicchi apparentemente democratici, in realtà corrotti e iniqui dispensatori  dei soliti, insopportabili privilegi di casta, territori di saccheggio per le solite bande ad essi affiliate; un habitat ostile ad ogni persona onesta, in cui purtroppo (soprav) viviamo da oltre trent’anni.

Naturalmente la vera politica non ha nulla a che vedere con queste declinazioni degenerate e parassitarie. La Politica, diciamo con la P maiuscola, non può che essere dispensatrice di equità, giustizia sociale, benessere e sostenibilità in quanto è al servizio della comunità che rappresenta. La Politica con la P maiuscola e i suoi rappresentanti non possono pertanto che aderire ad un codice etico democratico chiaro e preciso che ne regoli le funzioni e che limiti ogni privilegio di casta.

Il mondo sta cambiando velocemente, la tecnologia si evolve rapidamente, tutti sono connessi con tutto e le nazioni, i popoli, le comunità e gli individui non sono mai stati così informati e interdipendenti.  Come conseguenza di ciò, anche l’economia e la politica sono costantemente stimolate al cambiamento e a un dinamismo impensabile fino a pochi decenni fa; l’era dell’accesso digitale sta abbattendo gli ultimi steccati ideologici e la rete sta irreversibilmente congelando i dirigenti e i partiti ancora rimasti al potere come dinosauri nelle loro teche.

Se la vecchia contrapposizione fra capitalismo e comunismo è sepolta, anche le vecchie distinzioni e categorizzazioni fra destra e sinistra sono diventate obsolete se non per alcuni punti riguardanti i patti sociali. Quello che ci rimane, è una vaga distinzione fra programmi progressisti e conservatori, fra equità sociale e privilegio di casta che però sempre più sfumano nei personalismi e nella distinzione fra essere e apparire. Tutto il resto è fondamentalmente inutile dato che l’Italia, dopo decenni di politica dell’apparenza, è ormai un paese a pezzi, con un alto tasso di disoccupazione giovanile, un debito pubblico gigantesco, un’insostenibile ingiustizia sociale e soprattutto, storica ironia per il maggior produttore di cultura al mondo, un deficit culturale spaventoso, a tutti i livelli, da colmare e riprogrammare re-imparando innanzitutto ad Essere.

La politica Italiana di questi ultimi decenni ha generato mostri quali un debito pubblico insostenibile, un ambiente devastato e differenze sociali vergognose. In Italia siamo ancora nel neolitico dell’era digitale, nel paleolitico della new, della green e della blue economy e mentre il mondo cambia, stiamo ancora a disquisire su dettagli o accapigliarci per convenienze anziché agire seriamente nell’unica direzione ormai possibile, ovvero verso un’economia sostenibile ed etica che riconosce chiaramente cosa far crescere in modo sostenibile, perché salubre per la comunità, e cosa va fatto decrescere, perché  malsano.

E’ un dato di fatto che abbiamo molti giovani di grande talento che ancora oggi, nel 2012 emigrano  all’estero perché in Italia non trovano sbocchi lavorativi adeguati alla loro capacità e al loro talento. E questo solo perché il sistema Italia è rimasto clientelare e provinciale, plutocratico anziché meritocratico, inadeguato e stantio anziché stimolante e creativo. Dopo oltre un secolo di dolorose storie di emigranti, il flusso postmoderno di emigrazione dei nostri migliori talenti e cervelli è la più severa ed evidente condanna al fallimento della politica italiana degli ultimi decenni.

Eppure sappiamo tutti quanto l’Italia sia un paese straordinario, oltre che bellissimo, ricco, con una grande storia, una lingua e una cultura uniche al mondo. Sappiamo bene che abbiamo la maggior concentrazione di beni culturali sul pianeta ma che in cultura investiamo cifre talmente irrisorie che non bastano nemmeno per la manutenzione ordinaria dei nostri siti archeologici e dei nostri musei, figuriamoci per una seria ristrutturazione e promozione del settore, per uno sviluppo culturale degno di una grande nazione europea, patria di tanti geni immortali del mondo delle scienze, delle arti, delle lettere e della musica ma anche patria di grandi pensatori e di grandi uomini di spirito come San Francesco, il nostro patrono.

Tutti infatti ci invidiano i nostri monumenti, i nostri paesaggi, le nostre opere musicali, letterarie e artistiche, ci invidiano lo stile, la moda, il design, l’architettura, la gastronomia, ci invidiano in definitiva la nostra cultura…

I nostri politici invece che fanno? Stanno immobili da decenni sopra a tesori di cui sembrano non comprendere più il valore se non per sentito dire e farfugliano futili parole di circostanza a qualche inaugurazione e convegno, quasi fossero totalmente inconsapevoli o sotto ipnosi, distratti dal potere, sordi da anni ai nostri appelli,  lasciando così mano libera al saccheggio e permettendo al mortale ragno della burocrazia di tessere comodamente su tutto la sua mortifera tela.

Dopo anni sprecati nella cultura dell’apparire, l’Italia sotto narcosi si sveglia ora di soprassalto per le emergenze della crisi e ha urgenza di ritrovare finalmente se stessa, ha bisogno di Essere e ha soprattutto bisogno di scrollarsi di dosso un establishment politico ed economico incompetente, surclassato, vecchio, parassitario e ingombrante. Nel frattempo i paesi emergenti crescono…

2.

L’Italia è stata fra i fondatori dell’ Unione Europea e dell’Euro. Come tale si è impegnata a partecipare a tutte le attività dell’unione e a osservarne i principi e le regole.

In un mondo globalizzato come quello attuale, il sistema Italia partecipa oltre che al sistema Europa e alle sue istituzioni, a molte altre istituzioni internazionali, è una delle nazioni rappresentate all’ONU ed è di fatto parte  attiva in questo mondo politico ed economico interdipendente il cui fragile equilibrio è costantemente messo alla prova.

Sappiamo bene che allo stato attuale, per poter sopravvivere e poi nuovamente prosperare, i governi europei devono  innanzitutto risolvere collegialmente alcuni problemi  di natura strutturale, economica e finanziaria. Tutti i governi dovrebbero poi  trovare soluzioni rapide e urgenti per l’immane problema climatico che tocca tutti incondizionatamente ed é maledettamente serio. L’emergenza clima è infatti diventata prioritaria quanto quella economica che è ad essa strettamente legata. La buona notizia in tutto ciò è che è proprio la crisi, l’emergenza in cui ci troviamo che ci sta finalmente svegliando, che ci sta scuotendo da un sonno pluridecennale per ripensare e riformulare ogni cosa, che ci sveglia finalmente da un’ ipnosi consumista creando dinamiche  in grado di darci energia per trovare soluzioni alternative.

Nel nostro caso, vorrei essere ottimista augurandomi che  la pressione della crisi e delle attuali emergenze possa essere considerata foriera di vita, un elemento catalizzatore in grado di stimolarci e offrirci energia per trovare urgentemente nuove soluzioni e per “riprendere il volo”.

Oggi quindi ci troviamo a un bivio in cui dobbiamo decidere quale strada prendere. Se vogliamo vivere in armonia con la terra e le sue specie sviluppando un nuovo modus vivendi o continuare a correre come criceti nella ruota  del  vecchio consumismo distruttivo che ancora caratterizza la maggior parte delle nostre azioni. Vogliamo imparare a convivere in modo produttivo e pacifico pilotando con saggezza una crescita sostenibile o vogliamo prendere la strada suicida dell’estinzione per incapacità, ignoranza e avidità?

E’ una scelta fondamentale da prendere in modo chiaro e consapevole ed è un argomento importante per ogni persona di buon senso. Sicuramente  è ormai una questione di vita o di morte, estremamente urgente e seria per ogni politico degno di questo nome..

3.

L’attuale struttura economica capitalista basata sull’economia di un mercato globalizzato sta morendo. Questa sua lenta agonia, caratterizzata da un evidente decadimento etico, sta però ancora generando mostri speculativi, bolle finanziarie, derivati e implementando la disoccupazione, la crisi energetica, una sempre più iniqua distribuzione delle ricchezze e delle risorse naturali con conseguenti crisi d’identità e di senso. Se l’economia capitalista é destinata al tramonto, presto sostituita  da un’economia tecnologica, non dobbiamo però sottovalutarne i colpi di coda. L’attuale crisi, con tutte le sue emergenze, non é che il sintomo più evidente che stiamo già transitando  da una  globalizzazione capitalistica a una globalizzazione tecnologica.

Tutte queste emergenze sono infatti strettamente legate le une alle altre poiché derivano da ciò che finora sono stati i tre principali dogmi del nostro sistema economico: libero mercato, profitto e concorrenza. Questi dogmi, lasciati soli senza l’ala protettrice di un forte principio etico, hanno generato comportamenti egoistici, concorrenza esasperata e sleale, combattuto la cooperazione, distrutto le relazioni umane, minacciato pesantemente l’ambiente, la pace, il bene comune.

In sostanza, hanno generato dei mostri che ora ci troviamo in casa.

Anziché creare benessere, pace e felicità questo modello ha generato per lo più malessere, guerre e infelicità. Diciamo, più esattamente, ha generato apparente benessere per l’ 1 %  dell’umanità e un malessere reale, distribuito su vari livelli, per il restante 99% come giustamente ci ricordano i vari movimenti di indignati in diverse parti del globo. Il problema però è che anche quell’ 1% di privilegiati detentori del 43% della ricchezza del pianeta è destinato ad estinguersi e a soccombere con tutti gli altri qualora non si metta fine a questo meccanismo distruttivo.

Profitto e concorrenza sono senz’altro stimoli positivi ma devono essere sempre controllati da forti principi etici e da una politica solidale. Solo in questo modo potremo creare i presupposti per una nuova e reale economia del benessere che si fonda su nuovi sistemi di rete, di cooperazione con l’ambiente, sistemi che non producono scarti e rifiuti  in natura e nella società.

Qui giungiamo al nocciolo della questione: le cause principali di questa crisi sono culturali ed etiche. E’ infatti curioso notare come i valori attualmente imperanti nell’economia di mercato siano diventati qualcosa di diametralmente opposto ai  valori che ci legano affettivamente come individui umani. Tutti noi infatti in famiglia e nella nostra stretta cerchia di amicizie  apprezziamo valori quali la solidarietà, l’onestà, la fiducia, la capacità di condivisione e di ascolto reciproco.  Peccato che quando siamo “fuori” e ci battiamo nel cosiddetto “ libero mercato” questi valori si capovolgano e in virtù della carriera, del profitto e della concorrenza si trasformino in egoismo, avidità, invidia, tradimento, mancanza di rispetto e di responsabilità. Questo controsenso genera nell’ inconscio profonde divisioni, disagi psichici e malessere e culmina in un’autentica catastrofe qualora i valori errati che dominano l’economia di mercato vengano istituzionalizzati e legiferati, avallati all’interno di un sistema costituzionale.

Questo terribile equivoco, nato dal voler ancora ciecamente e ingenuamente perseguire una vecchia teoria creata oltre 250 anni fa da Adam Smith (teoria che peraltro in quell’epoca aveva un senso) si basa sul credere che il bene comune possa nascere dal comportamento egoista del singolo. Adam Smith credeva infatti che  “una  mano invisibile” guidasse gli egoismi dei singoli verso il miglior bene comune possibile. Essendo Smith un teologo morale intendeva probabilmente la mano di Dio, mano che è stata però rapidamente sostituita dal dogma della libera concorrenza e del libero mercato.

In questo modo ci troviamo oggi a subire un’ economia neoliberista, dominata da multinazionali fameliche, fondi di investimento miliardari in mano a pochi speculatori senza scrupoli, da una circolazione di merci e capitali in un mercato globalizzato il cui unico obiettivo è la crescita fine a se stessa e il guadagno ad ogni costo; il disastro così è annunciato. Sono di qualche mese fa le polemiche accese sui media dalle dimissioni e denunce di un alto dirigente  di una delle più grandi  banche d’affari al mondo che si è dimesso perché  schifato dal modo cinico in cui i clienti venivano spremuti, dall’avidità dei quadri dirigenti disposti a tutto pur di guadagnare le loro commissioni, dalla totale mancanza di rispetto per la persona e soprattutto per il cliente, in breve, dalla totale mancanza di qualunque fondamento etico che anzi, qualora venisse evocato, diventa immediatamente oggetto di derisione e scherno. In molti ambienti infatti, onestà e integrità etica sono ormai diventati sinonimi di idiozia.

Sono serviti a poco i pur nobili tentativi delle organizzazioni internazionali quali alcuni organi delle Nazioni Unite e della Comunità Europea per cercare di limitare il danno con denunce, veti e timide regolamentazioni antitrust, gocce in un mare in tempesta infestato da squali famelici e gigantesche piovre con tentacoli ovunque, soprattutto in ogni luogo nevralgico del potere politico.

L’economia mondiale è così attualmente dominata, oltre che dalla malavita organizzata,  da multinazionali e fondi di investimento il cui potere è spesso superiore a quello degli Stati sovrani e le cui azioni influenzano l’economia e di conseguenza la politica mondiale come quella delle singole Nazioni. Le crisi che creano sono determinate dalla loro strategia priva di morale etica e senso del bene comune, dal lucro indiscriminato e privo di regole se non quelle create da loro stessi a proprio vantaggio ed imposte all’esterno.

Questo è più o meno quanto sta succedendo e oggi tutto questo è inaccettabile. Non bisogna essere di sinistra o di destra per capirlo; basta essere un po’ consapevoli e avere a cuore il futuro di figli e nipoti. Fanno bene quindi gli indignati in tutto il mondo, di qualunque colore ed età, ad indignarsi poiché proprio di calpestata dignità si tratta, del fatto che l’attuale  sistema iniquo di economia globalizzata ferisce innanzitutto la dignità dell’uomo, oltre che l’ambiente e così facendo crea i presupposti per una rapida estinzione. Abbiamo pertanto urgente bisogno di nuove generazioni di politici capaci di affrontare la situazione in modo rapido, con dinamismo e intelligenza.

4.

La causa primaria della crisi in cui ci troviamo è quindi la mancanza di un sistema basato su valori etici universali che possa regolamentare con saggezza ed equità ogni attività politica, economica e finanziaria al fine di tutelare la dignità e la libertà dell’uomo che è un valore primario. Sì, la dignità dell’uomo è un valore primario, il primo valore citato nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che consiglio a ogni politico, a ogni banchiere e imprenditore non solo di leggere, ma di memorizzare. La dignità è un valore che non necessita di azioni o prestazioni di alcun tipo se non della semplice esistenza e la pari dignità degli esseri umani è la sacrosanta condizione primaria per la libertà.

Nel cosiddetto “libero mercato” è però perfettamente normale strumentalizzare  il prossimo e  ledere la dignità altrui per i propri interessi. Il prossimo diventa così un semplice strumento e perde lo status d’individuo, lo scopo non è più la salvaguardia della dignità e libertà dell’uomo ma il suo superamento in favore del lucro; lucro per il lucro e non per il benessere della società.  Il concorrente perde quindi ogni status umano e così anche il cliente. E’ proprio la de-umanizzazione dell’economia e dell’intero tessuto sociale il nostro principale problema, causato da insufficienti e in parte errate regolamentazioni e dalla debolezza e sudditanza della politica all’establishment economico e finanziario. Tutto questo è dovuto ad una grave carenza etica, conseguenza di un’ evidente lacuna culturale.

Da qui le numerose e inevitabili conseguenze negative, di cui mi limiterò qui ad  elencarne solamente alcune, forse le più evidenti:

  1. Abuso e concentrazione di potere  e nascita di cartelli e oligopoli – La costrizione alla crescita ad ogni costo, intrinseca del sistema attuale , costringe le aziende a crescere a dismisura per globalizzarsi. In questo modo il mercato è controllato da pochi grandi gruppi multinazionali che distruggono ogni alternativa, bloccano l’innovazione, divorano  i concorrenti o li confinano fuori dal mercato. Le multinazionali che si spartiscono un mercato crescono per crescere inducendo bisogni inesistenti  sul mercato attraverso massicci investimenti in marketing e pubblicità. Questi gruppi tendono poi a riunirsi in cartelli che stabiliscono via via le regole del mercato formando di fatto oligopoli capaci di piegare istituzioni e governi ai loro bisogni.
  2. Concorrenza territoriale sleale – Stati e Nazioni cercano  di attirare nei loro territori i grandi gruppi multinazionali offrendo loro condizioni fiscali, sociali e ambientali vantaggiose per la delocalizzazione e creando di fatto per questo una concorrenza territoriale che aumenta ancora di più le diseguaglianze sociali.
  3. Assurda politica di prezzi e compensi – I prezzi dei compensi sono espressione di rapporti di potere interni alle gerarchie dei mercati e non riflettono capacità intellettuale, imprenditoriale e merito sociale. Per esempio, uno speculatore finanziario, amministratore di Hedge Fonds e derivati guadagna in pochi minuti e con poco sforzo più di quanto guadagnano in un anno di lavoro coloro che esercitano mestieri fondamentali e socialmente utili quali quelli dell’ insegnante, del ricercatore o del medico…
  4. Disuguaglianza sociale – L’economia di mercato è un’economia di potere e di conseguenza più potenti sono gli attori e più si amplifica il divario fra ricchi e poveri. Il divario fra i manager più pagati negli USA e lo stipendio minimo americano stabilito per legge è ormai al livello grottesco di 300.000 volte tanto e in altri paesi non siamo poi così lontani da sproporzioni simili.  Non vi è ovviamente più nulla di logico, di giusto e sensato in questo. E’ solo una manifestazione abnorme di potere, folle e irrazionale, offensiva verso qualunque senso di giustizia ed equità, verso qualunque forma di intelligenza, sensibilità etica e buongusto.
  5. Incapacità di risolvere i problemi globali primari – Più cresce l’economia di mercato globalizzata, più aumentano i bisogni primari (sanità, abitazione e istruzione) e per assurdo i decessi per denutrizione nel mondo. Obiettivo del capitalismo globalizzato non è infatti combattere emergenze come la fame nel mondo come non lo è il benessere dei cittadini, bensì è la moltiplicazione fine a se stessa del capitale . Mentre nei paesi industrializzati l’obesità è diventata una piaga sociale, nei paesi del Sud del mondo il numero dei bambini che muoiono di fame continua ad aumentare.
  6. Distruzione indiscriminata dell’ambiente Poiché il capitalismo finanziario ha come obiettivo la moltiplicazione del capitale finanziario e non il bene comune e poiché la cattiva politica è di fatto controllata dall’economia, tutte le problematiche legate alla tutela dell’ambiente e alla protezione degli ecosistemi naturali sono stati ignorati per decenni creando la grave emergenza ambientale e climatica attuale.
  7. Perdita di Senso e crollo dei valori –  Poiché lo scopo del capitalismo neoliberista è unicamente l’accumulazione di beni, ogni altra attività umana viene ritenuta secondaria. Ciò genera una pericolosa perdita di senso e di comprensione dell’individuo e della vita. In un mondo in cui contano solo la carriera, il potere e il profitto, le relazioni umane si impoveriscono e gli individui più asociali, egoisti e privi di scrupoli fanno più carriera. In questo modo si creano ambienti umanamente e spiritualmente aridi in cui prevalgono la paura e il sospetto anziché la fiducia, la creatività e la solidarietà.
  8. Distruzione della democrazia Quando la politica si deve adeguare al mercato, quando la finanza e gli interessi economici di grossi gruppi  multinazionali influenzano le decisioni della politica al punto da farne uno strumento, muore di fatto la democrazia e con essa si vanifica il ruolo degli organismi di controllo del mercato.

5.

Come possiamo dunque reagire a tutto questo? Ammesso di essere ancora in tempo per farlo, possiamo creare  alternative valide ? Possiamo sconfiggere queste metastasi morali così agressive e dilaganti creando gli anticorpi per una società e un’economia più giuste, che tutelino l’ambiente e premino il merito, la cooperazione, la solidarietà, la cultura e il rispetto ?

Facciamo innanzitutto un esercizio mentale, immaginiamoci una società ideale, giusta, equa, meritocratica, dedita al bene comune, alla valorizzazione della persona e alla tutela dell’ambiente e proviamo a tracciarne regole e leggi. Oltre ad essere un esercizio divertente e utile, noteremo poi che non è nemmeno così difficile.

Immaginiamoci quindi questa società ideale: in questa società l’obiettivo di ogni impresa non potrà naturalmente più essere il profitto fine a se stesso ma il bene comune, fattore che ridisegna completamente il concetto stesso di successo. Il successo di un’impresa e di un imprenditore sarà infatti definito da diversi parametri etici, sociali e ambientali e non solamente  da parametri economici e  finanziari. Questi parametri ci permetteranno di misurare il grado di sostenibilità, di responsabilità ambientale e sociale, di trasparenza, di solidarietà e di benessere diffuso da una determinata impresa nella società, che avrà l’obbligo di depositare insieme al bilancio economico e finanziario, una pagella etica. Questa pagella etica sarà composta da diversi gradi o voti convenzionalmente contrassegnati, per esempio, da diversi colori e da un voto di media finale. Questo voto finale, rinnovabile ogni anno in sede di bilancio e certificato da un’apposita authority, sarà accompagnato per legge da un bollino che contrassegnerà ogni prodotto e/o servizio e ogni comunicazione pubblicitaria sui media dello stesso. Il consumatore così conoscerà sempre il grado di sostenibilità e di etica dietro ad ogni prodotto e si regolerà di conseguenza, ma la cosa non finisce qui. Più alto infatti sarà il punteggio etico di un’ azienda, più sgravi fiscali le saranno concessi, meno costoso sarà per essa il danaro presso le banche, meno costosa la pubblicità sui media in virtù di regolamentazioni specifiche e quindi il prodotto finale potrà di conseguenza essere meno caro per i consumatori e più concorrenziale, innescando così un circolo virtuoso.

I paradigmi chiave di questa pagella etica potranno essere:

  1. Ecosostenibilità di tutta la filiera lavorativa e dei prodotti finali immessi sul mercato
  2. Grado d’ innovazione
  3. Uguaglianza fra i sessi a tutti i livelli, dall’operaio all’amministratore delegato
  4. Assunzione e formazione di personale diversamente abile
  5. Trasparenza su investimenti, trattative commerciali e decisioni strategiche
  6. Tracciabilità di tutti i prodotti e / o componenti, dalla materia grezza al lavorato ( chi acquista localmente, a km 0  o da circuiti di “fair trade” aumenta il proprio punteggio)
  7. Etica nei compensi (per esempio il salario massimo manageriale non dovrebbe mai essere superiore ad oltre 20 volte quello minimo aziendale)
  8. Organizzazione di corsi annuali di formazione per i propri dipendenti
  9. Organizzazione di asili nido e di mense in aziende con più di 200 dipendenti
  10.  Compartecipazione (diritto di voto) alle decisioni strategiche da parte di ogni lavoratore e quadro aziendale
  11. Percentuali sugli utili per tutti, quadri e lavoratori
  12. Accantonamento di una percentuale da definirsi in sede di bilancio, comunque non inferiore al 5% degli utili annui per investimenti culturali e solidarietà sociale e per l’organizzazione di attività ricreative e culturali
  13. Istituzione di un fondo aziendale per favorire e sostenere start up giovanili nel proprio specifico settore
  14. Rinuncia alla delocalizzazione in favore dello sviluppo locale, regionale e nazionale
  15. Qualità dei prodotti e servizi
  16. Cooperazione e sostegno intra-aziendale
  17. Qualità dell’ambiente di lavoro … e così via…

Nel nostro mondo ideale questi punti non saranno  naturalmente degli obblighi ma esprimeranno solo alcuni dei paradigmi che andranno a definire il punteggio della pagella etica di una determinata organizzazione e/o azienda e la pagella etica, oltre ad essere un fenomenale  strumento di  promozione, concederà  importanti sgravi fiscali e assegnerà premi tali che l’azienda, più virtuosa sarà, più agevolazioni avrà, in un ciclo virtuoso teoricamente infinito.

Naturalmente, oltre al mondo delle imprese, gli stessi paradigmi potranno essere applicati anche a ogni tipo di associazione e di fondazione e soprattutto a tutte le istituzioni nazionali, regionali e locali, con applicazioni particolarmente importanti e rivoluzionarie per l’ amministrazione pubblica, per il settore della sanità e dell’istruzione, sia pubblica che privata, quindi, e qui tocchiamo un punto importante, anche e soprattutto per il mondo della politica.

E questa è solo una fra le molte possibili variazioni sul tema.

6.

Per trasformare questa bella fantasia in realtà e innescare una simile catena causale virtuosa è perciò necessario agire politicamente, creando una serie di riforme con l’appoggio di una coalizione di maggioranza. In fondo è solo una questione di buon senso. Tutti vogliamo vivere meglio, in un ambiente pulito, sano e onesto. A chi non piacerebbe lavorare in un’ ambiente di lavoro in cui ti senti responsabile e rispettato, qualunque sia il tuo lavoro,  con colleghi di cui sei possibilmente amico, in un’ organizzazione che investe su di te in formazione e che ti rispetta, in un’azienda che non produce veleni tossici per l’ambiente ma anzi che investe il 20% degli utili in sostenibilità, cultura e solidarietà ? In una società in cui valga finalmente di nuovo la pena creare una famiglia,  procreare e sperare con realismo in un futuro migliore….

E lo stesso vale naturalmente per ogni struttura pubblica che si distingue per qualità dei servizi, trasparenza ed eco-sostenibilità. Un tale mondo sarà necessariamente meno inquinato e più giusto e dopo cinque o sei generazioni sarà davvero e senza alcun dubbio un mondo più civile di prima, il cui principale criterio di misurazione non sarà più solo  il PIL (prodotto interno lordo) ma anche qualcosa come  il TBF (tasso di benessere e felicità).

All’attuale altissimo tasso di abusi e di concentrazione di potere si opporranno limpidezza, fermezza e onestà e, a rotazione,  una sana ed equa, democratica distribuzione del potere.

All’attuale nascita di cartelli e oligopoli si opporrà una politica di democratizzazione e di rilancio della piccola e media impresa mentre il potere delle multinazionali verrà in questo modo naturalmente limitato mentre gli oligopoli non avranno più motivo di esistere.

All’attuale iniqua politica di compensi si opporrà maggiore equità e democrazia con una maggiore giustizia e coesione sociale.

Certo, mi direte, bei sogni questi, vai a predicare altrove, in Italia siamo bloccati da una burocrazia asfittica fine a se stessa che impedisce a qualunque nuovo progetto di realizzarsi, la politica é  in mano a incapaci e a corrotti che faranno di tutto per non perdere i loro privilegi di casta, la malavita si infila ovunque…

E’ vero, la situazione é drammatica e proprio per questo urgono cambiamenti radicali. Ma non é poi così difficile, e soprattutto, non é impossibile.

La maggioranza dei cittadini Italiani é stufa e vuole cambiamenti radicali, ora, subito!

Basta guardarsi in giro. La burocrazia va semplificata radicalmente e fra i molti  modelli validi in circolazione ci sono sicuramente quello della vicina Svizzera ma per certi aspetti anche quello inglese o  di altri stati membri della comunità Europea.

Chi fa politica dovrebbe poi sottoscrivere un regolamento etico con il quale s’impegna a dimettersi in caso di violazione dello stesso.

Il parlamento e il senato, i consigli regionali e quelli comunali vanno ripuliti dagli inquisiti. Le province abolite. Ai giovani meritevoli va lasciato più spazio.

Energie rinnovabili, formazione,  cultura, turismo, agricoltura sostenibile, moda, design, ricerca scientifica, tecnologia. Sono queste le priorità in Italia poiché sono anche i campi in cui ci distinguiamo e ci siamo sempre distinti nel mondo. L’establishment economico e finanziario farebbe bene a investire in incubatori di start-up e non sprecare questa opportunità di rinnovamento. Basta un po’ di buona volontà. Ora!

Se tutto questo oggi ci sembra un sogno, domani, se vogliamo, si trasformerà in realtà, creando un mondo che sicuramente sarà il più bel regalo che possiamo fare alle generazioni future. E’ un messaggio laico di speranza, basato sul buon senso che può essere condiviso facilmente, da destra a sinistra, dal mondo cristiano a quello ateo e da tutte le comunità religiose di qualsiasi credo e confessione .

Naturalmente questa è, se vogliamo banalizzare la cosa e renderla fumettistica, una battaglia del bene incondizionato contro il male egoista, del bello contro il brutto, della cultura della vita contro quella della morte, della solidarietà e della condivisione contro la sopraffazione, del dibattito e del confronto contro l’ignoranza e la censura  ma è soprattutto una battaglia civile per il futuro della democrazia e del nostro grande paese  e per una migliore umanità.

La nostra bella Italia dovrà e potrà essere un giorno una delle meraviglie degli Stati Uniti d’Europa,  diventare nuovamente un faro, per l’Europa e per il mondo, leader umanistico e culturale, un esempio fra le nazioni con all’occhiello un’alta qualità della vita. Spetta a tutti noi capirlo, volerlo e attuarlo.

C’è forse qualcosa di più importante?

 

Lo so che sembra retorico ma a volte mi chiedo davvero come e cosa abbiamo fatto per perdere quella leadership culturale e umanistica che ci ha fatto inventare la contabilità  (Pacioli), il microchip (Faggin), le reazioni nucleari (Fermi), la radio  (Marconi), il sistema diplomatico e il sistema bancario, per non parlare dell’Arte, dell’Architettura, delle lettere e della musica…  Possediamo la maggior parte dei beni culturali del pianeta e non ce ne occupiamo se non formalmente, distrattamente… Ci lamentiamo seduti su tesori impagabili, distruggiamo paesaggi sublimi, litighiamo per stupidaggini …

Cosa ci è successo? Dovremmo chiederci dove abbiamo sbagliato e continuiamo a sbagliare. Noi, non gli altri. Come italiani e cittadini di questo paese, dell’Europa e del Mondo…

 Sono nato nel 1960, sono Italiano, ho trascorso molto tempo all’estero ma amo profondamente il mio paese. Ho anche un figlio studente universitario che, come molti suoi coetanei è giustamente indignato per come vanno le cose in Italia. A mio figlio che studia in Cina e ai suoi amici dedico questi pensieri, diciamo “politici”, non perché credo siano particolarmente nuovi e illuminanti ma perché sono semplicemente quello che penso e possono forse anche diventare materiale di riflessione, discussione e confronto.

Viviamo in un periodo che taluni definiscono buio, un neo – medioevo digitale, in cui alta aleggia la bandiera della crisi permanente che quindi, proprio perché permanente, semplice crisi non e’. Altri ritengono che stiamo assistendo alla fine dell’impero d’occidente, caratterizzata dalla pressoché totale mancanza di senso morale ed etico, da volgarità, arroganza e ignoranza. Altri ancora ritengono che siamo semplicemente in un periodo di transizione, che stiamo entrando in una nuova era felice o nuova “Età dell’Oro” tecnologica, in una specie di neo – umanesimo  o rinascimento digitale qual dir si voglia, che come ogni transizione e’ naturalmente dolorosa ma che e’ al contempo una grande opportunità e voglio anch’io sperare in quest’ultima ipotesi, poiché come lo si voglia anche chiamare, questo periodo storico sembra essere cruciale per il futuro dell’ umanità. Se non altro perché, fra surriscaldamento globale dell’atmosfera, inquinamento a più livelli di tre elementi vitali, conflitti e armamenti nucleari fuori controllo, fratture sociali, perdita d’identità e finanza delinquenziale, ci sono ormai tutti gli elementi per il Requiem finale.

Che fare?

Beh … intanto essere un po’ più consapevoli, poi …  fare un piano alla svelta e attuarlo …  …  …